🏭🏭🏭 #tiromancino – Venator impari da Iren, asso pigliatutto che ha venduto il Colosseo a Follonica e Scarlino
Una cosa va detta. Chapeau a Iren Ambiente spa. Dopo l’imbarazzante gestione della vicenda relativa all'impianto di Scarlino energia da parte delle istituzioni maremmane, la multiutility di Reggio Emilia ci ha messo un annetto a fare le moine agli amministratori locali per dargli il contentino. E 12 mesi secchi a farsi autorizzare dalla Regione Toscana il polo dell'economia circolare che si accinge a realizzare nell'area del casone di Scarlino. Investimento da 150 milioni, con circa 120 addetti diretti. Che non potrà che portare bene all’intera provincia
Il capolavoro diplomatico della società di gestione dei rifiuti del Gruppo Iren è stato aver rinunciato a uno per ottenere quattro. Via dal tavolo l'inceneritore da 140.000 tonnellate di Css (combustibile solido secondario da Rsu), dentro 4 impianti per almeno 400.000 tonnellate di rifiuti in ingresso – legno, plasmix, pulper di cartiera, Forsu, rifiuti organici, tessili, fanghi di depurazione, percolato e rifiuti liquidi industriali - dai quali saranno prodotti un polimero multitasking come l’I.blu, Css, pallets e blocchetti in legno riciclato, Sra, R-Pomix, Biocarbone (biolignite). Insomma, la cuccagna del recupero di materie prime-seconde all’interno di un grande polo dell'economia circolare. Con tanto di Css che da Scarlino andrà dritto agl’inceneritori che Iren Ambiente gestisce a Parma, Torino e Poggibonsi (SeiToscana è per il 40% di Iren)
Che poi, in termini di bilancio ambientale, considerata la differenza di quantità in gioco, questa scelta sia meno impattante di un moderno impianto di cogenerazione, rimane tutto da dimostrare. D’altra parte, come noto, l'obiettivo politico dell'intera operazione era far passare la rinuncia al cogeneratore come una eroica conquista del territorio. Venduta all'opinione pubblica come la vittoria di chi è riuscito a smontare il perfido disegno di esportare nelle sue tenenze i rifiuti di altre zone della Toscana. Evidentemente un “non possumus” selettivo rivolto al solo Css - il combustibile solido secondario prodotto da rifiuti urbani - ma non ad altre tipologie di rifiuto.
Insomma, un po’ come Totò che vende la fontana di Trevi al turista americao. A follonichesi, scarlinesi, massetani e gavorranesi della zona Nord è stato somministrato l’impianto industriale perfetto. Innocuo e “asessuato”, in quanto non dotato di ciminiere dalle sembianze falliche…..
Eppure, oramai non si sa più da quanti anni a questa parte, tutti noi grossetani paghiamo una salata tassa sui rifiuti perché abbiamo un sistema di smaltimento da età della pietra. Unico territorio che, impaniato in un pervasivo comitatismo culturale, ha rinunciato a bruciare il Cdr (combustibile da rifiuti), poi Css, per abbattere i propri costi di smaltimento. Fino al capolavoro pervertito di esportarlo via mare, passando da Piombino, per portarlo (a pagamento) in Bulgaria, a Varna. Un salasso che ci siamo accollati magno cum gaudio per aver rinunciato alla termovalorizzazione. A differenza di quel che fanno nell’Italia civilizzata e in Europa per chiudere in modo virtuoso il ciclo dei rifiuti. Dove gli utili dei termovalorizzatori abbattono la Tari per cittadini e imprese.
Piuttosto, alla competenza curiale di Iren nell'intrattenere rapporti con enti locali e Regione Toscana, dovrebbe guardare invece Venator. Che negli ultimi anni ne ha sbagliate quasi quante chi sul fronte istituzionale non ha saputo gestire la partita dei famigerati gessi rossi. Con una politica tanto garrula quanto culturalmente irretita dal ricatto comitatesco. Fino al punto di farsi mettere in scacco da una relazione della Commissione parlamentare antimafia - all'epoca presieduta da un grillino noto per essersi fatto riprendere mentre sparava con un kalashnikov - così gaglioffa alla lettura da essere incredibile. Approvata in periodo di Covid con procedura d'urgenza senza che si sapesse chi l'avesse votata. Una vicenda paranormale e surreale, che pure ha prodotto esiti catastrofici.
A seguito di quel delirio sconclusionato di considerazioni amene, infatti, è partito l’esposto di pragmatica, che contando sul principio giuridico dell'obbligatorietà dell'azione penale ha prodotto l'apertura di un'inchiesta da parte della Direzione investigativo antimafia di Firenze. Dopodiché, a più o meno due anni di distanza, siamo ancora tutti qui in attesa di sapere come sia finita.
Tralasciando le bizzarrie del golem politico-amministrativo-giudiziario che sgoverna questo Paese, quindi anche la Maremma, a Venator vanno messe in conto almeno due cose: l'atteggiamento sprezzante da multinazionale che guarda con sufficienza i confini del proprio impero, dando l'impressione netta di considerare chi lo abita un suddito che deve solo gratitudine per essere stato civilizzato. L'incapacità, se non l'ostinazione a rifiutarsi, di leggere le dinamiche sociali ed economiche di un territorio dal quale ha comunque tratto i propri evidenti vantaggi. Grazie a un impianto e maestranze che per lustri hanno rimpinguato di utili ragguardevoli le cassaforti aziendali. Garantiti anche dall'accessibilità a basso costo della marmettola di provenienza apuana.
Per questo Venator farebbe bene a imparare dal savoir faire di Iren Ambiente. Che ha addomesticato un po’ tutti quanti, ma lo ha fatto con stile nella consapevolezza di dover pagare qualche dazio. Più simbolico che altro.
Quello che Venator non ha mai voluto pagare, di dazio, è stato investire su processi industriali per ridurre la quantità dei gessi rossi, scarto di produzione del biossido di titanio. Banalmente per non intaccare gli utili. Dimostrando così di non cogliere lo zeitgaist (spirito del tempo), che vorrebbe finalmente le grandi aziende attente ai temi della sostenibilità ambientale. Il problema da questo punto di vista non è il “cromo esavalente”, che chiaramente non è presente nei gessi (altrimenti avrebbero bloccato tutto e forse arrestato qualcuno), ma il disinteresse dimostrato rispetto alle preoccupazioni per l'enorme quantità di rifiuti industriali in uscita dal ciclo produttivo. Con l'impianto a pieno regime circa mezzo milione di tonnellate di gessi all'anno. Una delle produzioni più alte di rifiuti industriali non pericolosi della Toscana. Per quanto non pericolosi, quindi, almeno ingombranti. Così Venator, nel tempo, ha preferito battere la strada sicura del “ricatto occupazionale” invece che dimostrare buona volontà e interesse per l’economia circolare.
Ottusità uguale e contraria dimostrata a sua volta dalla Regione Toscana. Che negli anni, insieme alle istituzioni locali, e a ogni partito, per pavidità politica si è fatta dettare la linea dai comitati sedicenti ambientali, rinviando sine die l'individuazione di nuovi siti di stoccaggio dei gessi. Fino a sostenere la necessità di collocarli in una vera e propria discarica, nonostante ad oggi i gessi siano considerati dalla legge rifiuti speciali non pericolosi: Cer 061101. Utilizzabili, ad esempio, per produrre concime agricolo oppure come componente del cemento. Ma visti come il grande Satana se utilizzati come materiale per ripristini ambientali. Equivoco sulla base del quale è iniziata una guerra di logoramento fatta di procedure autorizzatorie estenuanti, incompatibili con una moderna, trasparente e democratica economia di mercato.
Mentre Venator, Regione e Enti locali ballavano sul ponte del Titanic, la nave si è schiantata sul ghiacciaio della recessione economica e della procedura di concordato preventivo in cui Venator è finita invischiata. A rimanerci schiacciati circa 200 addetti delle imprese dell’indotto – che hanno già perso il lavoro - e 230 dipendenti di Venator. In attesa di sapere se verranno “venduti” a terzi, se rimarranno con Venator o se andranno a casa.
Tutto quanto non si può prevedere, né tutti i problemi possono essere schivati. Di sicuro dalle parti del Casone di Scarlino, negli ultimi 10 anni almeno, tutti quanti hanno fatto la propria parte nel farsi trovare con le brache calate al momento meno opportuno. Avessero seguito il “metodo Iren” su entrambi i fronti della barricata, oggi la situazione sarebbe di gran lunga meno funerea.
E, a proposito di Iren, probabile ci sia ancora da divertirsi. Almeno a guardare quel che sta succedendo dalle parti dell'Acquedotto del Fiora, dove sembra proprio si stia preparando un bel ribaltone. Che finirà per oscurare l'incompetenza politica di chi lo ha governato finora, con l’ennesima operazione meraviglia. Ma questa è ancora un'altra storia. La prossima.
Mamma mia, che sintesi, Massimiliano! Come mi piacerebbe tu avessi sbagliato qualcosa! Ahimè non è così, hai dipinto con poche pennellate impressioniste, ma in realtà più realiste, chi ha vinto chi ha fatto una magra figura e chi ha perso, o è destinato a perdere.....
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